Addio alla politica del figlio unico: la svolta cinese

30/10/2015 di Michele Pentorieri

Importante misura del gigante asiatico che rinuncia ad una delle sue leggi più famose e distintive. Dietro la scelta ci sono considerazioni di carattere puramente economico.

Cina

Dopo 35 anni, la Cina dice finalmente addio alla politica del figlio unico: la ragione ufficiale della decisione è di contrastare l’invecchiamento della popolazione. L’agenzia di stampa Nuova Cina non ha fornito per ora ulteriori dettagli sulle modalità ed i tempi con i quali la misura verrà implementata. L’obbligo per le famiglie cinesi di non avere più di un figlio nacque nel 1979, a seguito di una riforma voluta da Deng Xiaoping con l’intento di smorzare il boom demografico che stava interessando il Paese e che veniva ritenuto uno dei maggiori ostacoli per la crescita economica della Cina. A quei tempi, la popolazione cinese era il 25% di quella mondiale, ma poteva contare solo sul 7% delle terre coltivabili presenti sul globo. Ufficialmente il governo cinese ha sempre escluso l’uso della forza come mezzo d’imposizione della misura, ma la realtà è ben altra. Non sono mancati, infatti, durante gli anni episodi di violenze, in primis aborti forzati.

I risultati della politica si cominciarono a vedere intorno agli anni Novanta, con un importante decremento della natalità. Secondo Wang Feng, tuttavia, uno dei maggiori esperti in tema di demografia cinese, la diminuzione del tasso di fertilità è avvenuto nel periodo 1970-1979, a seguito dell’aumento del reddito medio della popolazione. In sostanza, secondo queste affermazioni, l’introduzione della politica del figlio unico sarebbe stata inutile.

Già durante gli ultimi anni la morsa del Governo sul tema si era parzialmente allentata, ammettendo il pagamento di una multa in caso di seconda gravidanza. Per questo motivo, molte coppie della Cina benestante hanno semplicemente preferito pagare l’obolo ed avere un secondo figlio. In realtà, già in passato erano presenti alcune eccezioni. Qualora entrambi i genitori di un bambino fossero stati figli unici, era loro permesso avere un secondogenito. Inoltre, nel 2013 la legge è stata smorzata ulteriormente, prevedendo la possibilità di avere due figli anche per le coppie nelle quali un solo componente risultasse figlio unico. Infine, significative varianti della norma erano già previste per le minoranze etniche, almeno ufficialmente.

Le ombre non sono mai mancate. Oltre alle già citate violenze perpetrate dalle autorità locali ai danni delle donne in attesa di un figlio per la seconda volta, il fenomeno associato tradizionalmente alla politica del figlio unico è quello del gendercide (secondo una definizione dell’Economist). In breve, molte famiglie, consapevoli di poter avere un unico figlio, preferiscono che questo sia maschio. Ciò naturalmente ha portato all’incremento dell’aborto selettivo. La coppia può scoprire il sesso del nascituro tramite una semplicissima ecografia –che sarebbe vietata se avente questo futile scopo- ma gli episodi di corruzione non mancano mai. Oltre ad un pregiudizio di carattere puramente culturale, le considerazioni fatte dalle famiglie sono anche di tipo economico. Soprattutto nelle zone rurali, infatti, le figlie femmine costituiscono una sorta di fardello, poiché “improduttive”, senza contare il fatto che necessitano di marito e, quindi, di una dote. Tutt’altra storia nel caso di un figlio maschio, pienamente capace di lavorare nei campi e sicura fonte di reddito. Tali malsani ragionamenti hanno –come già detto- la loro diretta conseguenza nella pratica dell’aborto selettivo, che a sua volta ha creato squilibri demografici talvolta spaventosi. In alcune zone della Cina si stima addirittura che la popolazione maschile superi quella femminile del 20%.

Quali le ragioni di una svolta che si potrebbe definire epocale per i suoi risvolti pratici ma anche ideologici? Secondo Gabriele Menegatti, ambasciatore italiano in Cina dal 2003 al 2006, “il gigante asiatico non cresce più come vorrebbe e deve così avviare una nuova fase di sviluppo. L’invecchiamento della società sta procedendo a un ritmo accelerato. In precedenza, secondo le stime dell’Onu, il picco della crescita della popolazione cinese sarebbe stato raggiunto nel 2030: i nuovi studi lo situano già nel 2020. Nel 2013, secondo una valutazione della Banca Mondiale, la popolazione della Cina era di 1,35 miliardi di persone. Di cui la gran parte sono anziani. Oggi la Cina dà l’avvio ad un piano che guarda lontano, che ha un orizzonte almeno ventennale”[1]. Le considerazioni di carattere economico sono quindi in primo piano, ma la misura permetterà anche alla Cina di mostrare al mondo un certo interesse verso la salvaguardia dei diritti umani abolendo una norma che, come già detto, è stata foriera di abusi da parte di agenti governativi e privati.

Non è un caso, quindi, che durante la quinta riunione plenaria del comitato centrale comunista –nella quale è stata decisa la svolta- si sia parlato anche di economia in senso stretto. Si è, infatti, approvato il nuovo piano economico quinquennale (2016-2020) che prevede una crescita di circa il 7%, puntando a raddoppiare il valore del PIL del 2010. In sostanza, la svolta cinese è sicuramente da accogliere in maniera positiva in quando avrà giocoforza un risvolto sociale positivo. La misura, tuttavia, è solo di carattere strumentale al raggiungimento di obiettivi puramente economici.

[1] SALEMI, Vi spiego perché la Cina rottama la politica del figlio unico, http://formiche.net/2015/10/29/vi-spiego-perche-la-cina-rottama-la-politica-del-figlio-unico/, reperibile on line.
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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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