Aborto, una controversia lunga cinquant’anni

24/12/2013 di Iris De Stefano

Nonostante la legge 194/78, negli ultimi anni, si registra un numero sempre maggiore di obiettori di coscienza. Intanto, in Spagna, ritorna ad essere un reato.

Aborto, una questione mai veramente risolta

Sebbene il mondo sia diventato una rete fittissima di scambi d’informazioni di ogni tipo, alcuni argomenti continuano ad essere delicati e difficilmente affrontabili. Se da un certo punto di vista l’intimità e la ritrosia sono quasi un sollievo rispetto a certe invasioni della privacy altrui che ci consegnano quotidianamente giornali e social network, esse non vanno confuse con censura e conservazione dello status quo per fini religiosi, etici o più semplicemente politici.

Laicità – Essere parte di una societas e il contratto sociale sottostante ad essa comporta la necessità di una riflessione su temi, come l’aborto, i quali a prima vista poco avrebbero a che fare con la sfera pubblica. In queste analisi sarà bene ricordare il punto di partenza fondamentale per qualsiasi ulteriore sviluppo: siamo parte di uno Stato laico (art. 7 ”Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”) che garantisce libertà di confessione religiosa (art.8), i diritti inviolabili dell’uomo (art.2), pari dignità sociale (art.3). Benché vi sia chi, come il Movimento per la Vita, critica la posizione di rilievo dello Stato rispetto al singolo individuo ricalcando alcune tesi di Tommaso d’Aquino, sembra chiaro (almeno a chi scrive) che il compito principale di uno Stato sia il creare un terreno comune, sulla base di principi condivisi che favoriscano il pieno dispiegamento delle capacità dei propri cittadini.

Aborto, ItaliaItalia XX secolo – Uno degli argomenti che maggiormente è oggetto di discussioni serrate è l’interruzione di gravidanza, sulla cui legiferazione si è intervenuti, in Italia come in molti dei paesi occidentali, durante il secolo scorso. Nel nostro paese fino al 1978 l’aborto era considerato un reato ai sensi dell’articolo 545 del Codice Penale (ed inserito nella fattispecie delittuosa dei “delitti contro l’integrità della stirpe” ) per i quali sia la donna sia l’esecutore dell’operazione rischiavano fino a cinque anni di reclusione. A causa dell’altissimo numero di aborti clandestini (i cui numeri ufficiali è impossibile riportare con sicurezza data l’incertezza e la forte oscillazione dei dati), una sentenza della Corte Costituzionale che ammetteva l’aborto in alcuni gravissimi casi e l’attività da parte del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e l’Aborto – organo del Partito Radicale -, nel maggio 1978 venne approvata la famosa legge 194.

Con essa alla donna veniva consentita l’interruzione di gravidanza entro 90 giorni dal concepimento in una struttura sanitaria pubblica e oltre quel termine in caso di gravi rischi per la gestante o eventuali anomalie del feto. Secondo la legge motivi sia clinici ma anche economici, sociali o familiari potrebbero essere considerati rischi per la salute fisica o psichica della donna, la cui privacy è garantita dall’obbligo di anonimato. I medici infine, per convinzioni morali o religiose possono proclamarsi obiettori di coscienza, ma non nel caso in cui la vita della donna è in immediato pericolo. Il 17 maggio 1981 la legge veniva confermata, con il 68% delle preferenze, da un referendum popolare dal titolo “Norme sulla tutela della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

Clima non favorevole – Varie inchieste nei mesi scorsi hanno però mostrato l’aumento esponenziale degli obiettori di coscienza in regioni come la Basilicata (85,2% dei ginecologi ), Campania (83,9%), Molise (85,7%) e Sicilia (80,6%) ma anche nella provincia di Bolzano (l’81.3%) e in Veneto (76.7%). I dati della Relazione sulla attuazione della legge 194/78, del Ministero della Salute e pubblicata nell’ottobre dell’anno scorso mostrano anche la scarsità di consultori sul territorio o di strutture dove si distribuisce la pillola RU486. Le esperienze poi di chi ha avuto a che fare con quest’operazione certamente delicata, raccontano numerosi casi di scortesia, sbrigatività e comportamenti punitivi, certamente non l’ambiente adatto per una situazione del genere; la legge 194 infatti ha favorito un crollo verticale degli aborti, i quali, secondo dati Istat, sono diminuiti dai 230.000 circa del 1983 alle circa 114.000 del 2009.

In Europa – Al di là delle Alpi l’aborto è consentito per fattori socio-economici (il vero punto dolente della questione) in tutti i paesi ad eccezione di Irlanda, Regno Unito e Germania (dove è concesso solo se due medici attestano gravissimi oneri a carico della gestante). Nuova linfa vitale è stata data al dibattito dalla decisione del governo conservatore di Mariano Rajoy di rendere l’interruzione di gravidanza non più un diritto ma un reato depenalizzato in alcuni casi, tra cui non rientrano le problematiche socio-economiche, bloccando quindi la possibilità delle donne di decidere se continuare o meno la gravidanza. L’annuncio ha scatenato moltissime polemiche e manifestazioni da parte di associazioni che ritengono la legge varata dal governo socialista di Zapatero nel 2010 più giusta e democratica.

La questione rimane controversa. C’è chi pensa infatti che questioni così delicate dovrebbero prescindere dai passaggi parlamentari classici ed essere affidate alla volontà del popolo tramite gli strumenti di democrazia diretta, poiché nessun rappresentante politico – anche se democraticamente eletto – potrà avere un contatto diretto con il proprio elettorato tanto profondo da riuscire ad esprimere le volontà di ogni sua parte. C’è chi pensa invece che questo tipo di scelte dovrebbero essere fatte solo dalle donne, il cui corpo è in trattazione e che sono mal rappresentate nelle istituzioni e non hanno compiti di rilievo in seno alla Chiesa, maggior oppositore dell’interruzione di gravidanza. C’è infine chi pensa che la libertà di scelta deve essere sacrosanta e che se l’Italia approvò la legge 194 con la governo Andreotti, Ciriaco De Mita e Forlani, non esattamente dei sovvertitori dell’ordine pubblico, molto può essere ancora fatto.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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