Aborto, dall’Irlanda un grido: “non siamo marsupi porta-bambini”

05/06/2015 di Laura Caschera

Passato il referendum sui matrimoni tra omosessuali, nella verde isola torna di moda il dibattito sull'interruzione di gravidanza, in un paese che ha, sul tema, tra le leggi più restrittive al mondo. Al punto che, in certi casi, diventa flebile la soglia della violazione dei diritti umani

Solo pochi giorni fa l’Irlanda esultava per il risultato del referendum che ha reso possibile il matrimonio tra coppie omosessuali, dimenticandosi però di un altro problema, certamente non irrilevante, che attanaglia il territorio dell’Isola Verde. Infatti, la legge sull’aborto in questo paese è una delle più restrittive al mondo, costringendo ogni anno più di 4000 donne e ragazze a viaggiare verso paesi più “liberi”: esperienze che implicano disagi, costi finanziari, fisici e mentali.

Nel 2013 la nazione ha approvato una legge che ammette l’interruzione della gravidanza nel solo caso in cui la vita della donna sia in pericolo. Così, chi non può permettersi di affrontare il “viaggio della speranza”, è lasciato senza alcuna assistenza sanitaria, e l’unico ponte di salvataggio risulta essere il vietatissimo e pericolosissimo aborto in casa, che trasforma, tra l’altro, una donna in cerca di libertà in una pericolosa criminale.

Come affermato dal Segretario Generale di Amnesty International, Salil Shetty, il recente referendum sul matrimonio mostra un paese orgoglioso di essere all’avanguardia nel trattamento dei diritti umani, ma non è tutto così rose e fiori in Irlanda. I diritti delle donne sono violati ogni giorno, a causa di una legge che le tratta, per usare le stesse parole del Segretario, come “child-bearing vessels”, ovvero, letteralmente, dei “recipienti porta bambino”. Amnesty International si è a lungo occupata della questione dell’aborto in Irlanda, e, soprattutto ora che l’isola sembra essersi così aperta, nonostante sia uno dei baluardi del mondo cattolico, ad un nuovo modo di intendere i cambiamenti, questa situazione non sembra poter essere più sopportabile.

La situazione, però, non è da incubo solo per persone che vogliono interrompere una gravidanza indesiderata, ma anche per coloro che vogliono un figlio, ma temono per la propria vita a continuare la gestazione. Di nuovo, Amnesty si è occupata di alcuni di questi casi, tra cui quello di Roisin, una donna costretta a tenere dentro di sé un feto morto per settimane, perché i medici volevano essere assolutamente sicuri che il battito dello stesso si fosse fermato. Roisin ha dichiarato di non avere una fiducia incontrollata nella sanità irlandese per quanto riguarda il trattamento delle donne incinte.

Esistono altri, numerosissimi esempi di donne che temono per la propria vita nell’avere una gravidanza nel loro paese, e che si vedono costrette a chiedere aiuto al sistema ospedaliero di nazioni vicine, come la Spagna, dove le preoccupazioni crollano drasticamente. Il Dottor Peter Boylan, illustre ginecoloco irlandese a capo dell’Ireland’s National Maternity Hospital, ha espresso i suoi timori, sostenendo che, secondo il sistema legislativo attuale, i medici sono costretti ad aspettare finché la donna diventi “abbastanza malata” per intervenire.

Quanto devi essere vicina alla morte perché tu possa essere salvata? A questo quesito non c’è risposta, ha dichiarato il Dottor Boylan. Per questo la legge irlandese sull’aborto è definita tra le più restrittive, e non a torto. L’Irlanda è l’unica nazione in Europa – oltre a Malta, Andorra e San Marino – dove non è consentito abortire nemmeno in caso di violenza sessuale oppure di gravissime menomazioni del feto. Gli stessi medici denunciano le dure condizioni delle donne che si trovano a fronteggiare una gravidanza indesiderata, tra l’altro che il più delle volte non deve intendersi nel senso letterale del termine: bisogna invece intendere la questione nel suo significato profondo, ovvero di cosa vuol significare rapportandola al contesto sociale, politico e legislativo nel quale vivono gli abitanti dell’isola.

Amnesty International ha lanciato una campagna per far sì che le donne irlandesi possano abortire, almeno in questi pochi casi limite, esercitando i loro basilari diritti riconosciuti dalle norme internazionali e umanitarie. Il governo irlandese è a conoscenza di questa situazione, dei viaggi che le donne sono costrette a compiere all’estero per salvare la loro vita, ma fino ad oggi ha preferito sempre chiudere un occhio, ed attenersi alle sue leggi draconiane.

Sono tante le storie che l’Irlanda ha da raccontare in tema di aborto, come quella di una ragazza di 18 anni, rimasta incinta in seguito ad uno stupro nel 2014, costretta a partorire con il parto cesareo, a 25 settimane di gravidanza. La donna, proveniente da un altro paese, ha spiegato ai media che era a conoscenza che la sua gravidanza fosse in realtà conseguenza di uno stupro. Il suo desiderio era quello di andare ad abortire in Gran Bretagna, ma non aveva abbastanza disponibilità economica. Allora aveva tentato il suicidio per ben due volte, e, dopo il secondo tentativo, era stata ricoverata in ospedale, dove aveva iniziato lo sciopero della fame e della sete. I medici e gli psichiatri avevano dato parere positivo all’interruzione della gravidanza, considerando la fragile salute psichica della ragazza, ma nel frattempo era arrivato un provvedimento del giudice, che obbligava a nutrire artificialmente la donna, e a far nascere il bambino, che non ha avuto alcun contatto con la madre. Questo è uno solo dei tanti esempi di violazione di basilari diritti umani, in una terra che tanta strada ha fatto negli ultimi anni nell’abbandono di pregiudizi che poco o nulla hanno a che fare con il forte sentimento religioso, tanto radicato nelle coscienze degli irlandesi. Ma che tanto ne devono fare, come molti altri tra l’altro, nel cammino verso una modernità vera.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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