Abolizione del finanziamento pubblico ai partiti? Un disastro

05/04/2015 di Andrea Viscardi

Ad un anno dalla riforma: il 2 per mille è un disastro, la trasparenza un optional. I modi per aggirare i limiti alle donazioni evidenti, e quei lobbisti che amano agire al buio esultano. Mentre le Fondazioni, che con un po' di buon senso avrebbero dovuto essere toccate da una riforma parallela, continuano a fare il bello e il cattivo tempo.

Finanziamento Partiti

Siamo ad un anno di distanza dalla conversione in legge del decreto che aboliva, entro il 2017, il finanziamento pubblico ai partiti. Un anno in cui sono emerse tutte le criticità di una riforma a metà. Un testo portato a compimento sulla spinta dello sdegno popolare, ma senza quel coraggio necessario a risolvere, realmente, i problemi dei meccanismi di raccolta del denaro da parte dei partiti. Perché, come avevamo avuto modo di sottolineare, criticando il testo su queste pagine, a prescindere da un necessario ridimensionamento (in realtà già in corso d’opera al momento dell’elaborazione del testo) del finanziamento pubblico, il problema vero era rappresentato dalla trasparenza e dalla pubblicità delle fonti di finanziamento.

Se in passato questa era comunque una necessità, magari più marginale dato che la maggior parte dei proventi arrivavano dai fondi pubblici, dopo la riforma, la parola trasparenza doveva essere il punto di partenza, il motore immobile intorno al quale far ruotare tutto il resto. Invece, si decise di fare una riforma all’italiana, ed il testo – che originariamente seguiva almeno in parte il principio della pubblicità delle fonti di denaro – venne emendato a tal punto da cancellare la parola trasparenza.

Due criticità, a leggere i vari articoli della legge, erano immediatamente evidenti. Un’eccessiva restrizione del tetto massimo della donazioni effettuabili, e la possibilità di appellarsi al principio della tutela della privacy per non rendere pubblici i nomi e la cifra versata dai soggetti privati. Punti su cui, in realtà, i media nostrani non si preoccuparono troppo. Qualche testata sottolineò la cosa, ma dal giorno successivo decise di tornare a dedicarsi ad Arcore e ai festini a casa di Berlusconi. Il problema, invece, è che tale strutturazione sconvolge completamente quello che dovrebbe essere un giusto sistema in grado, veramente, di rendere i partiti tanto indipendenti dai finanziamenti pubblici quanto trasparenti verso il cittadino, e vedremo tra poco il perché.

Ci si è trovati, così, in questi giorni a parlare dello scandalo Ischia e della questione Fondazioni, ma anche dei dati del 2 per mille che i cittadini italiani hanno voluto destinare ai partiti. Una cifra assolutamente ridicola, basti pensare che un partito come il PD è riuscito a rimediare meno di 200 mila euro, ma la seconda per numero di sostenitori, la Lega, ne ha raccolti 29 mila. Quest’anno, ed il prossimo, nonostante i tagli, una parte di finanziamento pubblico esiste ancora. Dal 2017 non sarà più così, ed è innegabile che i partiti dovranno trovare altre forme, altre modalità per raccogliere denaro. Non con il 2 per mille, che appare evidentemente uno strumento inadeguato. Ma non si può neanche pensare che con un tetto oggettivamente basso, siano le donazioni dei privati a poter risolvere la questione.

Perché, poco fa, si affermava che un sistema basato su un limite restrittivo alla somma oggetto della donazione, ma in contemporanea slegato da un obbligo di trasparenza, sia di quanto peggiore possibile? Anzitutto, partiamo dal tetto di 100 mila euro per le donazioni dei soggetti privati, persone fisiche o giuridiche. Non ci si spiega secondo quale principio debba esistere tale limite. Un conto è fissare un tetto massimo per la parte soggetta alle detrazioni fiscali che la legge garantisce. Un conto è mettere le mani avanti, ipotizzando cioè che cifre superiori potrebbero portare il donatore ad avere un’eccessiva influenza sul partito. Perché questa è l’unica ipotesi atta a giustificare la creazione di un simile tetto, dato per certo un qual grado di ingenuità da parte del legislatore.

Infatti, i modi per superare, per via indiretta, subdola e spesso collusiva tali limiti, sono oggi sotto gli occhi di tutti. In primis appare evidente come oggi, le grandi multinazionali, raccolgano talmente tanti soggetti giuridici da poter destinare finanziamenti a pioggia senza essere soggetti a tale tetto. Quindi, un altro sistema di finanziamento indiretto è sempre stato sotto gli occhi di tutti, da quando, negli ultimi venticinque anni, il numero di Fondazioni e le donazioni verso di queste sono andate moltiplicandosi di oltre il 200 per cento.

Per un lobbista che vuole continuare a lavorare nel sottobosco, tra mancanza di trasparenza e di regole efficienti, la pacchia è assicurata. Per tutti gli altri, invece, la questione resta irrisolta. Il problema principale, allora, torna proprio ad essere ricondotto alla parola trasparenza. Abbiamo scritto che il sistema di pubblicazione obbligatoria dei nomi dei donatori è andato ad essere sostanzialmente rimosso dal testo definitivo, essendo divenuta un’opzione percorribile solo in presenza di un esplicito consenso del donatore.

Occorre capovolgere totalmente la concezione che è andata affermandosi con la riforma. Togliendo il limite, aggirabile, del tetto massimo delle donazioni, ma legandolo alla possibilità concreta, per ogni cittadino, di sapere con certezza chi o quale società finanzi un dato partito, pubblicando i dati sui rispettivi siti web, in modo che sia poi lui a decidere se gli eventuali interessi dei donatori possano corrispondere con i suoi interessi di voto.Perché la questione è tutta lì, è il cittadino che deve valutare, in un’ottica di trasparenza totale. E non deve essere lo Stato, invece, a porre dei limiti che possano spingere solamente i partiti a cercare altre vie, meno corrette e spesso al limite della legalità, per raccogliere quei soldi necessari alla propria sopravvivenza.

Si riparta dalla possibilità di emendare la legge, magari approvandone un’altra, in contemporanea, che sancisca lo stesso obbligo di trasparenza per tutte le fondazioni, che oggi rappresentano un braccio armato dei partiti (o delle correnti partitiche) completamente slegato dal rispetto di ogni regola di buonsenso. Allora sì che si sarà fatto un intervento realmente destinato a rendere più limpido il sistema, e a limitare gli scempi che, periodicamente, vengono riportati alle cronache.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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