Ablyazov – Shalabayeva: più ombre che luci nel caso Kazako

20/07/2013 di Elena Cesca

L’Italia si trova nuovamente oggetto di monito dalla comunità internazionale e viene, questa volta, accusata di aver sottovalutato i dettami e le procedure stabilite dalle convenzioni e dai trattati internazionali sulla protezione dei rifugiati. Facciamo brevemente luce sui fatti e sulle infrazioni.

Ablyazov - Shalabayeva

Il Fatto – Tra il 28 e il 31 maggio sarebbe stata condotta un’operazione di “extraordinary rendition” (azione illegale di cattura) – blitz in casa, prelievo, e rimpatrio forzato-, nei confronti della moglie e della figlia di sei anni di  Mukhtar Ablyazov, principale oppositore del regime dittatoriale di  Nursultan Nazarbayev in Kazakistan. L’uomo è accusato di appropriazione indebita di ingenti quantità di denaro, truffa, abuso di fiducia, riciclaggio e falsità documentale, associazione a delinquere e acquisizione illegale di crediti della BTA Bank per un valore di 3,5 miliardi di dollari, 4 miliardi di rubli russi e 64 milioni di euro, trasferiti in Paesi off-shore. Sarebbe scappato nel 2009 dal Kazakistan e si sarebbe rifugiato a Londra e poi in Italia, dopo le torture documentate dai reports di Amnesty International risalenti al 2003  e al 2004. Alla prima incursione del 29 maggio nella casa di Via di Casal Palocco n.3 a Roma, sarebbero seguite altre perquisizioni per accertare che la casa non fosse dotata di nascondigli segreti.  L’operazione mirava alla cattura di Ablyazov, sul quale pende un mandato di cattura internazionale. La richiesta è stata formulata dalle autorità diplomatiche e consolari kazake, solerti nel fornire ogni tipo di informazione necessaria al Governo Italiano, soprattutto relativamente al coinvolgimento dell’imputato in associazionismo terroristico. Invece, l’operazione si è risolta  nel trattenimento ed allontanamento dal territorio italiano della moglie, Alma Shalabayeva, e della figlia, per le quali è stato messo a disposizione un volo privato kazako per il rimpatrio. La donna è stata trovata in possesso di passaporto e documentazione falsificata e mancanza di visti specifici, ma non era soggetta ad alcun mandato di cattura.

Sconvolgimenti interni – Come si legge nell’inchiesta amministrativa del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, la vicenda “presentava sin dall’inizio elementi e caratteri non  ordinari”. La rapidità di esecuzione del provvedimento di espulsione lasciano alquanto perplessi. Per di più appare sospetto che il Ministro dell’Interno italiano continui a dichiararsi estraneo alla vicenda – motivo della mozione di sfiducia votata nel primo pomeriggio di ieri, venerdì 19 –  soprattutto perché l’ordine di cattura sarebbe stato inviato direttamente dal capo della missione diplomatica del Kazakistan in Italia, (e non dalle sue autorità giudiziarie o di polizia, come sarebbe auspicabile secondo la legge), al Ministero dell’Interno Italiano.  Il Punto nodale riguarda il blocco informativo a livello delle amministrazioni italiane. Tale blocco si sarebbe verificato proprio quando dalla Procura sarebbe partito agli uffici territoriali l’ordine di sospensione dell’esecuzione della donna e della bambina per motivi accertativi. Non si spiega come mai le autorità kazake non siano riuscite a mettersi in contatto direttamente con il ministro dell’Interno ma solo con il Capo del suo Gabinetto. Secondo la cronologia dei fatti, il 30 maggio, risulta che la Procura di Roma abbia comunicato alla Questura prima l’ordine di sospendere le procedure di espulsione per necessità di informazioni (ore 15,30), e poi di proseguire con il “nulla osta” a favore del rimpatrio (ore 17). L’informativa del Governo mira, ora, ad indagare proprio l’arco di tempo intercorso tra l’ordine di sospensione e il nulla osta, e il perché del blocco del flusso informativo tra il Gabinetto del Ministro e la Segreteria del Dipartimento.

Stranezze – Stupisce anche che la donna non abbia richiesto la cd. “protezione sussidiaria”, dato che il marito  gode della protezione internazionale in quanto  coperto dallo status di rifugiato a Londra. Attualmente, infatti, la Direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011 (ex Direttiva CE 2004/83) – recante norme sull’attribuzione a cittadini di paesi terzi o apolidi della qualifica di beneficiario di protezione internazionale – riconosce come “persona avente titolo a beneficiare della protezione sussidiaria il cittadino di un paese terzo o apolide che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine [..] correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno”.

Shalabayeva - Ablyazov
Ablyazov – Shalabayeva, per l’ONUsi tratta di un extraordinary rendition

Non refoulement-  L’art. 3 della Convenzione Europea Diritti dell’Uomo (1950) attiene alla prevenzione di eventuali atti di tortura all’estero, mentre il Patto sui diritti civili e politici del 1966 sancisce il diritto alla libertà di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio (art.12, 2). Ancora, l’art. 33 della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1951 cita il Divieto di espulsione e di respingimento (refoulement): “Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (refouler) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”. Ne deriva un principio cosiddetto di jus cogens di diritto internazionale (norma perentoria) per cui si vieta l’espulsione di un rifugiato e il suo rimpatrio qualora ciò implichi divenire vittima di pratiche di tortura. L’art. 33 di Ginevra, tuttavia, prevede la possibilità del rimpatrio laddove vi siano gravi motivi per considerarlo un pericolo per la sicurezza dello Stato in cui si trova il rifugiato. Anche l’Italia, accogliendo le Direttive2009/50/CE e 2009/52/CE, all’art. 19 del Testo unico sull’immigrazione (1988, aggiornato D.Lgs. 28.06.2012, n. 108) riprende il suddetto principio: “In nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione”. V’è, comunque, l’obbligo in capo allo Stato ospitante (quindi l’Italia) di concedere al rifugiato “un periodo di tempo ragionevole per permettergli di tentare di farsi ammettere regolarmente in un altro Paese. Gli Stati contraenti durante questo periodo di tempo potranno adottare quei provvedimenti di ordine interno che riterranno opportuni” (art. 32). Nel corrente caso di specie, invece, il nostro Paese non avrebbe atteso il periodo necessario per permettere di fornire prove a discarico della moglie del dissidente, ossequiando ciecamente alle disposizioni impartite dalle autorità kazake, piuttosto che a quelle contenute negli accordi pattizi internazionali.

Organizzazioni Internazionali – La “Risoluzione del Parlamento europeo del 18 aprile 2013 sulla situazione in materia di diritti dell’uomo in Kazakhstan” aveva ben evidenziato come il Kazakhstan avesse “da tempo limitato diritti civili e politici fondamentali, come la libertà di assemblea, di espressione e di religione”, e considerato che vari leader dell’opposizione, difensori dei diritti dell’uomo, giornalisti e attori della società civile fossero stati soggetti a molestie e azioni penali . Il Parlamento Europeo invitava solo tre mesi fa  l’UE e gli Stati membri a cercare garanzie per proteggere “ i giornalisti, gli attivisti dell’opposizione e i difensori dei diritti umani e le loro famiglie [..], contro ogni tipo di successive minacce personali, pressioni o azione penale”. Analogamente, Amnesty International e Human Rights Watch da tempo denunciavano i soprusi messi in atto nei confronti della popolazione civile dissidente, mentre il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite  nelle  Concluding Observations  sul rapporto del Kazakistan (21 luglio 2011) ne evidenziava i casi di tortura. La stessa Corte Europea dei diritti umani, nel novembre 2010, si è pronunciata negativamente sull’estradizione in Kazakistan anche di “qualsiasi sospetto criminale”, in quanto si incorrerebbe nella violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani, poiché le persone estradate correrebbero il rischio di pena capitale. La complessità del caso aumenta, in quanto il Kazakistan non è parte della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tuttavia, la pretesa di Shalabayeva di lasciare il proprio Paese, potrebbe essere fondata sull’art. 12, paragrafo 2, di cui si è fatto menzione, contenuto nel Patto sui diritti civili e politici  di cui il Kazakistan è parte ratificante  (Gennaio 2006).

Revoca all’italiana – Nel Comunicato di ieri di Palazzo Chigi si legge: «A seguito della revoca del provvedimento di espulsione, che verrà subito resa nota alle autorità kazake, la signora Alma Shalabayeva potrà rientrare in Italia, dove potrà chiarire la propria posizione». Nel vertice tra il presidente del Consiglio Letta, il Ministro dell’Interno Alfano, degli Esteri Bonino e della Giustizia Cancellieri si è deciso di revocare l’espulsione della moglie del dissidente kazako. Il caso è particolarmente delicato non solo per l’equilibrio governativo dell’Italia, ma anche e soprattutto per il profilo del Paese a livello internazionale. Dal punto di vista delle indagini non possiamo che chiederci: è possibile che nessun funzionario di polizia fosse al corrente che Ablyazov fosse anche un dissidente politico, che non siano stati pervenute negli archivi informazioni relative allo status di rifugiato e che non siano state presentate domande di asilo? Allo stato dei fatti, l’atto di revoca appare l’ennesima dimostrazione della pratica tutta italiana di essere un nano nelle relazioni internazionali, di non saper gestire certe questioni con lucidità, competenza e indipendenza ideologica, politica ed economica.

Il 28 Maggio l'ambasciata kazaka invia una nota alla questura di Roma, in cui la moglie di Ablyazov viene indicata con il cognome Shalabayeva. Successivamente al blitz, però, viene inviato alla Farnesina un documento in cui si utilizza Alma, il nome da nubile. (Corriere.it)
Il 28 Maggio l’ambasciata kazaka invia una nota alla questura di Roma, in cui la moglie di Ablyazov viene indicata con il cognome Shalabayeva. Successivamente al blitz, però, viene inviato alla Farnesina un documento in cui si utilizza Alma, il nome da nubile. (Corriere.it)
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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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