Abdullah d’Arabia Saudita: in morte di un re conservatore

26/01/2015 di Marvin Seniga

La sera del 23 gennaio si è spento all’età di 90 anni Abdullah Ben Abdelaziz al-Saoud. L’uomo regnava sull’Arabia Saudita dal 2005 – ma in realtà la sua ascesa iniziò un decennio prima - dopo esser succeduto al fratellastro Fahd, malato da tempo.

Abdullah Ben Abdelaziz al-Saoud, re d’Arabia Saudita, è morto il 23 gennaio all’età di 90 anni. L’Arabia Saudita, alleata strategica di lungo corso degli Stati Uniti in Medio Oriente sia per motivi  geopolitici che per motivi economici, si è mantenuta fedele a Washington, nonostante attriti sempre più elevati, anche sotto il regno di Abdullah, proseguendo sulla strada di una cooperazione – nata sul finire della Seconda Guerra Mondiale a bordo dell’incrociatore USS Quincy – che designò  gli Stati Uniti come i protettori del regno saudita, in nome del petrolio e della stabilità della regione del Golfo.

Durante il suo regno, Abdullah ha dovuto affrontare numerose sfide sia sul piano interno, sia su quello esterno. Da una parte arginando l’avanzata sciita nel mondo arabo, dall’altra contrastando il terrorismo di Al-Qaeda, cercando di ridurne il potenziale distruttivo soprattutto nella penisola arabica e nei paesi alleati limitrofi, Yemen in primis. Nel 2011 fu colto di sorpresa dallo scoppio delle primavere arabe, che portarono alla caduta di due regimi  molto vicini alla famiglia reale saudita: quello egiziano di  Mubarak e quello tunisino di  Ben Ali. Le sollevazioni rischiarono di far saltare anche il fragile regno del Bahrein, dove la rivolta sciita costrinse  Re Abdullah ad inviare le proprie forze armate in difesa del piccolo regno sunnita.  Gli ultimi dossier sulla scrivania del re hanno riguardato le discussioni sul nucleare iraniano, l’emergenza dello Stato Islamico e il caos politico in Yemen, con la ribellione zaydita degli houthi contrastata molto debolmente dall’esercito, su cui è ancora forte l’influenza dall’anziano dittatore del paese Saleh. Al suo successore re Salman toccherà portare a termine il lavoro cominciato dal fratello su questi temi, senza dimenticare la questione relativa alla produzione di greggio, elemento capace di spostare gli equilibri all’interno del mondo arabo e non solo.

Salman-Arabia copia
Salman bin Abdulaziz Al Saud, nuovo re dell’Arabia Saudita

Dando uno sguardo agli affari interni del regno, sebbene da una parte può essere sottolineato il carattere di piccolo riformatore, principalmente per  aver introdotto il diritto di voto per le donne alle elezioni municipali e per aver promosso una maggiore apertura del paese nel dialogo con le altre religioni, i cambiamenti sono stati in realtà pochi e di scarsa rilevanza. Il funzionamento dello Stato continua a dipendere fortemente dai precetti islamico-conservatori della corrente sunnita wahhabita, che predica un’applicazione letterale e rigorosa del Corano, senza lasciar spazio a compromessi e a cambiamenti. La costituzione del regno resta il Corano, alle donne non è permesso  di guidare e di frequentare luoghi pubblici in piena libertà, e il dissenso, sia che provenga dalla minoranza sciita delle regioni dell’est sia che provenga dal blog di un attivista liberale, è duramente represso.

L’Arabia Saudita è rimasta dunque a tutti gli effetti uno degli stati più totalitari del mondo. Nelle classifiche sulla libertà di stampa e sul riconoscimento di diritti per le donne occupa sempre le ultime posizioni, facendo  dubitare molto del presunto carattere riformatore del defunto sovrano. È tra l’altro uno degli ultimi paesi del mondo  a non disporre di un Parlamento, cosa che la dice lunga sulla capacità riformatrice dello Stato. La politica resta un mestiere riservato ai componenti della famiglia reale e agli ulema (i dotti del corano): il terzo stato non gode di alcun tipo di rappresentanza.

Sin qui la dinastia saudita è riuscita a mantenere il controllo sui propri sudditi grazie ad un mix di fermezza contro ogni dissenso e una parziale ridistribuzione delle ricchezze derivanti dal petrolio, di cui comunque beneficia una parte piccolissima della popolazione. Ma con una produzione di petrolio  mantenuta su livelli molto alti, malgrado la diminuzione della domanda e l’emergere dello sfruttamento di fonti di energia non convenzionali, riuscirà l’Arabia Saudita a mantenere stabilità in una società economicamente viziata dalle ricchezze generate dall’oro nero? O dovrà irrimediabilmente tagliare la spesa pubblica? La questione probabilmente dovrà essere affrontata dal nuovo re.

Da lui dipenderanno le sorti future del regno, sia dunque nel campo della sicurezza dalle minacce esterne, della difesa dai pericoli rappresentati dall’ Iran e dallo Stato Islamico, sia per quel che riguarda il mantenimento dell’ordine interno, con un occhio al rientro in patria dei foreign fighters e l’altro al tentativo di mantenere stabile la situazione delle casse del regno, conservando così la propria influenza sul mondo arabo. A Salman toccherà poi accompagnare l’arrivo al potere della terza generazione dei discendenti di Saud, anche se ha già stabilito dai primi giorni  che il principe ereditario sarà suo fratello Muqrin, e ha confermato che  il primo nipote di re Saud a sedersi sul trono sarà Mohammed bin Nayef, già nominato vice principe.

In conclusione, provando a dare un giudizio finale sul suo regno si può dire che è stato il re perfetto per la salvaguardia dello status quo, per limitare quasi a zero i cambiamenti. La sua avversione per le primavere arabe, con l’eccezione della Siria, e l’aver lavorato per ristabilire nell’Egitto un nuovo dittatore a lui vicino, danno l’idea di quanto il suo più grande interesse fosse fare in modo che nulla cambiasse, affinché l’autorità  dei Saud sul mondo arabo restasse inalterata. Questioni, quelle della Siria e dell’Egitto che, tra l’altro, hanno aperto diversi fronti di tensione con paesi come il Qatar e la Turchia.

Lo scopo del suo regno è stato quello di mantenere il ruolo di guida del mondo islamico, contrastando le frange salafite estreme quando si trovavano in conflitto con gli interessi sauditi, e tollerandole quando si trattava di indebolire i regimi sciiti, percepiti come possibili antagonisti dell’egemonia saudita sul mondo arabo.

 

 

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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