AAA cercasi supereroine

08/10/2016 di Ginevra Montanari

C'è un'allarmante mancanza di supereroine tra giocattoli e prodotti per bambini, per quanto di personaggi, oggi come oggi, non ne manchino. Come influisce tutto questo sull'educazione che diamo ai nostri figli?

Il mondo dei fumetti è pieno di supereroine. Le vediamo sul grande schermo, nelle serie TV, ci appassioniamo alle loro imprese e ci affezioniamo ai loro personaggi. Le supereroine esistono. Ma la vera domanda è, dove nascondono i costumi, le bambole, i diari e le tazze?

Ogni volta che un bambino si traveste, o gioca con dei gadget piuttosto che altri, si attiva un processo della comunicazione che prende il nome di pedagogia pubblica: ovvero, la modalità di insegnamento delle ideologie. È in virtù di questo processo che si impara cosa significa essere uomo o essere donna, cosa significa sapersi comportare, come ci si relaziona. Viviamo in una società piena di media, e questo significa che la percezione del mondo viene influenzata dalla comunicazione mediatica: dal cibo ai vestiti, dalla casa al linguaggio. Ogni cosa è mediata, in un modo o nell’altro: gran parte di quello che sappiamo deriva dai media. E quando si parla di media non ci si riferisce solo alla televisione, alle pubblicità e agli smartphone, ma anche alle aziende.

Tuttavia, quando la comunicazione mediatica va a braccetto col guadagno, si verifica un problema di fondo. Pensiamo al fatto che esistono aziende incredibilmente potenti oggi, che producono la maggioranza dei film che guardiamo, dei programmi televisivi in TV, la maggioranza delle musiche che passano per le cuffie dell’ipod e dei romanzi sul nostro comodino, o sul nostro tablet. Il problema, quindi, è: queste grandi aziende, come AOL Time Warner, News Corp o Disney, quanta influenza hanno, in realtà, sulla nostra vita?

I media non ci dicono cosa pensare: generalmente le persone non sono così malleabili e controllabili, però ci dicono cosa pensarne, questo sì. Danno una direzione al dibattito, e ti portano a pensare quello che preferiscono, e a non soffermarsi su ciò che non vogliono che si pensi. Prendiamo come esempio un’azienda conosciuta da tutti come la Walt Disney Company. Dal 1937 l’azienda ha guadagnato moltissimo dalla sola vendita delle principesse, per le bambine di tutto il mondo. Quando, nel 2012, ha acquistato LucasFilm, i negozi si sono riempiti di Han Solo, Obi-Wan Kenobi, Darth Vader, Luke Skywalker, Yoda… ma non la Principessa Leia. Perché? Perché la sua presenza disturberebbe la pedagogia pubblica che si innesca quando si acquista una principessa. I fan di tutto il mondo si sono arrabbiati, e hanno inondato Twitter con l’hashtag #VogliamoLeia. La Disney ha risposto che, a breve, sarebbero stati disponibili gadget di Leia. Se oggi, nel 2016, si visita un Disney Store, con l’intento di acquistare giocattoli, vestiti e gadget della Principessa Leia, non si troverà assolutamente nulla. L’azienda non ha intenzione di esporre Leia nei Disney Store.

Anche nel 2009 si è verificato lo stesso, nel momento in cui la Disney ha acquistato Marvel: poteva utilizzare personaggi come Captain America, Thor, Hulk, Spider Man, e anche personaggi meno conosciuti dal grande pubblico, come i protagonisti del film “Guardiani della Galassia”: Groot, il simpatico albero che dice solo “Io sono Groot”, il procione antropomorfo Rocket Racoon, sono entrati nei cuori del grande pubblico facilmente, e ci sono tantissimi gadget su di loro, ma non su Gamora: una guerriera forte, veloce, intelligente e coraggiosa. Piace anche lei, ma non ci sono magliette, statuine, costumi, puzzle. Niente. Twitter si è riempito di hashtag per Gamora tre anni prima di Leia. E l’anno scorso, quando è uscito “Avengers – Age of Ultron”, personaggi femminili come Black Widow e Scarlet Witch hanno subito lo stesso trattamento. Neanche una bellissima Scarlett Johansson, star di cinque film Marvel, è riuscita a rompere la tradizione mediatico-aziendale. Troveremo il costume di Iron man, di Thor, di Captain America, addirittura di War Machine, ma non di Black Widow. E anche in questa occasione, hanno espresso la loro delusione su Twitter.

Può sembrare una sciocchezza, può addirittura sembra niente. Con tutti i problemi della vita, per quale assurdo motivo dovremmo preoccuparci di cosa vendono negli Store Disney? La risposta è nella pedagogia: cosa insegna tutto questo? Ci sono poche donne nei film di supereroi, e sarà così anche in futuro. La maggior parte di loro saranno aiutanti, oggetto d’amore, membri di una squadra, ma non protagoniste. E se ciò che conosciamo del mondo viene filtrato dai media, aziende come questa insegnano che le donne possono essere forti, veloci, intelligenti e coraggiose, ma non importa. Verranno surclassate, oscurate, come è successo per Leia, Gamora e Black Widow. E non è giusto nei confronti degli adulti di domani.

Perché oggi, essere una bimba un po’ maschiaccio (termine davvero infelice, tra l’altro), va bene. La gente penserà che non c’è niente di male, alla fine. Ha preso in prestito dei tratti maschili, per un po’, o per tutta la vita. Nella nostra società aggiungere caratteristiche maschili a una bambina costituisce un miglioramento. Ma se facciamo il discorso inverso, tutta cambia: quanti bambini hanno problemi di bullismo perché gli piace indossare il rosa, vedere Rossana, o giocare con le bambole? Quanti genitori si preoccupano se i bambini assumono tratti femminili di qualsiasi tipo? Non c’è da stupirsi se poi, sotto tutte queste pressioni, qualcuno arriva a togliersi la vita, anche in giovane età. Non è colpa del bambino, né dei bulli che lo perseguitano a scuola per com’è, ma di un sistema sociale: quello che ha creato una dimensione in cui essere quello a cui piacciono cose femminili è sbagliato, e serve dissimulare. Per questo dobbiamo smetterla di produrre supereroine su maglie rosa e target femminili. Per questo è importante che i bambini giochino con le supereroine, proprio come le bambine giocano con i supereroi.

Si spera che, in un futuro non troppo lontano, bambini e bambine siano equamente rispettati e valorizzati ma, soprattutto, rappresentati nel medesimo, identico, modo.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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