Duecento anni dalla fine del Congresso di Vienna

09/06/2015 di Lorenzo

Esattamente 200 anni fa, l'atto finale del Congresso di Vienna sanciva uno degli incontri diplomatici più complessi e di successo degli ultimi secoli, capace di garantire una stabilità relativamente lunga al Continente europeo

Congresso di Vienna

Dopo la sconfitta di Napoleone I, l’Europa dei vincitori decise di riunirsi a Vienna per riorganizzare il cosiddetto Mondo civile. Il Congresso era stato pensato all’indomani della firma del Trattato di Parigi del 30 maggio 1814, atto a regolare le frontiere della nuova Francia post-napoleonica, ristabilendo lo status quo ante 1792. L’obiettivo preciso era evitare il ripetersi di un’ennesima catastrofe destabilizzante, e il sorgere di un nuovo potere egemone in grado di mettere a repentaglio l’esistenza stessa delle monarchie europee.

La Rivoluzione Francese e le Guerre Napoleoniche avevano infatti profondamente turbato l’ordine prestabilito, al punto che anche il Regno Unito aveva deciso di prendere parte attiva al Congresso. Pur non avendo mai avuto una vocazione per l’azione sul Continente, Londra si riservava sempre uno spazio di intervento nel caso in cui fosse intervenuta una forza destabilizzante nell’assetto della vecchia Europa. Un ruolo di mediatore che esercitava sin dai tempi di Luigi XIV – e avrebbe esercitato fino alla Grande Guerra -, e che fu chiamata a esercitare anche dopo l’esilio di Napoleone.

Tra i partecipanti si eresse la figura del ministro degli esteri dell’Impero Asburgico Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein, noto ai piú come il principe di Metternich. Egli, insieme agli altri cinque grandi – tra cui figura anche la Francia sconfitta – riuscí a portare a termine gran parte degli obiettivi che si era prefisso con grandissima abilità. Un lavoro che, pur con i suoi difetti, risultò encomiabile: dopo la riorganizzazione della mappa europea e l’enunciazione dei nuovi principi di equilibrio e moralitá, gli stati europei ricostituirono le istituzioni abolite dalla Rivoluzione e godettero di un periodo di distensione e di pace nelle relazioni internazionali. Nessun conflitto scoppiò tra gli stati della Pentarchia per quasi quarant’anni e, Guerra di Crimea a parte, per altri sessanta non deflagrò nessuna guerra generale. Il pericolo di un nuovo Napoleone o di una lotta di “civiltà” europee sembrava, allora, scongiurato, grazie alle abili macchinature e capacità del plenipotenziario austriaco.

Una vignetta satirica dell'epoca
Una vignetta satirica dell’epoca

L’ordine costituito sotto la regia del principe fu creato più di qualsiasi altro patto precedente  – come quello di Utrecht del 1714 -, sull’equilibrio di potere. Anche per tale elemento, richiese molto raramente l’uso della forza per mantenersi: in parte perché il bilanciamento costituitosi era stato concepito in modo da non essere scalfito facilmente ma, soprattutto, perché Austria, Russia e Prussia erano legati l’uno con l’altro da una condivisione di valori, basati sulle comuni radici cristiane e sull’unità conservatrice. L’idea di Metternich era di rendere ancor più resistente il sistema, troppe volte messo a repentaglio degli interessi egoistici degli stati. Era dunque necessario, nella sua idea di armonia internazionale, che le monarchie europee si impegnassero a mantenere l’equilibrio non solo “incoscientemente” o occasionalmente – ossia quando veniva percepito il pericolo di egemonia di uno Stato – ma perpetuamente, basando l’ordine del continente sulla moralitá di valori legittimi e unitamente condivisi. A un equilibrio di potenza militare e politica, si aggiunse quindi un nuovo livello, quello della percezione etica.  Forza e giustizia avrebbero creato armonia: il bilanciamento della prima riduce le occasioni in cui se ne richiede l’uso; un comune senso della giustizia, cioè il riconoscimento condiviso di qualcosa di legittimo, limita le tentazioni di una sua rottura. Un ordine internazionale considerato ingiusto, come la storia ci ha sempre insegnato, presto o tardi viene contestato come illegittimo attraverso le armi.

Nel contempo, Metternich, riuscì a far coincidere con il sistema da lui promosso l’interesse particolare austriaco: l’Impero asburgico aveva il compito di svolgere un’accorta funzione equilibratrice di fronte alle tendenze centripete della Francia e dell’Impero russo. Tale ruolo era facilitato dalla cooptazione austro-britannica, in chiave di ridisegno delle frontiere e della mappa europea. Per la prima volta nella storia, lo scacchiere europeo veniva compartito e concertato a 360 gradi dai suoi protagonisti principali.

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Il Piano Pitt, un nuovo sistema di equilibrio

C ome abbiamo scritto, il Metternich, prendendo come spunto il piano Pitt, faceva esplicitamente riferimento all’equilibrio di potere come meta diplomatica esplicita delle cinque potenze radunate a Vienna.  Il piano di cui sopra, elaborato dal primo ministro inglese William Pitt il Giovane in piena guerra contro Napoleone, si componeva di tre principi fondamentali atti ad evitare il sorgere di una nuova minaccia egemone in Europa.

William Pitt il Giovane
William Pitt il Giovane

1. Contenimento del ristabilito Regno di Francia, privato di tutte le sue conquiste post-1792 e, specialmente, della oramai defunta Repubblica Batava – Belgio e Paesi Bassi- che venne riorganizzata come monarchia, con la corona affidata agli Orange-Nassau, dando così vita al Regno dei Paesi Bassi, posto sotto la protezione della Gran Bretagna. Tale indipendenza, oltre ad andare a costituire un effettivo stato cuscinetto di fronte alla frontiera nord della Francia, sarà vista dalla politica estera britannica come l’unico punto fisso e di interesse nel continente europeo – si pensi a quanto, durante la Prima Guerra Mondiale, fu proprio la violazione della neutralità dello Stato del nord Europa a provocare la violenta reazione inglese.

2. Riorganizzazione del territorio tedesco, da quasi 200 anni campo di battaglia tra la Francia e le altre potenze europee, giudicato da Pitt come il ventre molle dell’Europa, responsabile di alimentare la fame di conquista dei paesi confinanti. Il Sacro Romano Impero, formalmente esistente fino all’invasione napoleonica del 1806, era stato polverizzato politicamente dopo la Pace di Westfalia del 1648, che decretò per sempre la fine degli ideali universalisti degli Asburgo, lasciando un grandissimo vuoto di potere con il sorgere di circa 300 staterelli – per volontà del cardinale Richelieu. L’idea di Pitt era molto semplice: riorganizzare questi trecento in una “grande massa” – diverranno circa una trentina – sotto la concertazione dei due stati più grandi di lingua tedesca: l’Impero d’Austria e il Regno di Prussia.

Tale riunione di stati verrà sancita con la nascita della Confederazione Germanica nel 1815, la cui duplice funzione era quella di dare maggiore stabilità al nuovo ordine costituito e dissuadere gli eventuali moti espansionistici della Francia o della Russia. Ma si credette anche che tale soluzione, fondata proprio sull’idea della concertazione dei due stati più grandi, garantisse l’impossibilità della creazione di una Germania forte ed unita. In capo a ciò, la Confederazione aveva solamente un potere difensivo, nel quale tutti gli stati potevano fare fronte comune contro l’eventuale invasore. La sua presidenza fu affidata all’Imperatore d’Austria e fu creata una assemblea degli Stati nella città libera di Francoforte sul Meno, dove, ogni stato, a seconda della sua grandezza, veniva rappresentato da un certo numero di delegati. A Vienna dovette, invece, tramontare il sogno di Metternich di costruire sulla base di un modello simile, una lega italica.

3. Gran Bretagna ultimo garante, con la promessa di intervenire qualora l’equilibrio di Vienna fosse stato minacciato e quindi la volontà di costituire un’Alleanza in chiave puramente “fisica”, che sarà consacrata proprio nel Congresso di Vienna in quella che prenderà il nome di Quadruplice Alleanza, costituita dalle quattro potenze vincitrici delle guerre contro Napoleone: Austria, Prussia, Gran Bretagna e Russia.

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La Santa e la Quadruplice

“Se il minimo della forza e di resistenza fosse uguale al massimo della forza di aggressione vi sarebbe un vero equilibrio. Ma la situazione attuale ammette solo un equilibrio artificiale e precario che potrà durare fino a quando certi stati saranno animati da spirito di moderazione e giustizia ” – Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord

C on queste parole, il ministro plenipotenziario francese commentò i tentativi di Metternich di convincere gli stati europei più forti ad assoggettare i proprio interessi egoistici a riconosciuti e condivisi valori comuni. Dopo il Congresso di Vienna, il rapporto tra equilibrio delle forze prettamente “fisico” e il comune senso di legittimità furono espressi dalla Quadruplice Alleanza e dalla Santa Alleanza, limitata solamente al club delle tre corti orientali e continentali di Russia, Austria e Prussia, che insieme condividevano una gamma di valori morali, animate dall’unità conservatrice e dal principio di legittimità e di intervento in caso di rottura dello status quo in uno dei tre paesi.

Metternich
Metternich

Per gran parte del secolo XIX, la Francia fu sempre guardata dagli altri stati europei con aria sospetta. Pesavano ancora i tentativi egemonici del Re Sole e di Napoleone, e la sua fama di potenza cronicamente aggressiva e congenitamente destabilizzante. Una Quadruplice, dunque, intesa a stroncare sul nascere qualsiasi tentativo francese di rivoluzionare il sistema costituito. Secondo molti studiosi fu la mancanza di un simile accordo la pecca principale della Pace di Parigi del 1919, che impedì quindi un serio e costante controllo e una politica di contenimento della Germania, dando vita ad un nuovo conflitto mondiale.

La Santa Alleanza, all’epoca, era invece un elemento del tutto nuovo, almeno nei secoli recenti. L’Europa aveva dimenticato infatti alleanze basate sui principi etici. Fu Metternich ad avere l’abilità e la brillantezza per dare vita a tale asse, approfittando delle richieste “di ordine religioso e morale” avanzate dalla conservatorissima reggenza dello Zar Alessandro I di Russia. L’idea del principe austriaco era chiarissima: imbrigliare Pietroburgo, forti di que principi che lei stessa rivendicava, per permettere un maggiore equilibrio ad un sistema che non poteva prescindere dal più grande stato del continente. L’imperativo religioso era interpretato come centro focale ed obbligo da cui partire per preservare lo status quo nel continente europeo, un obiettivo comune, al di fuori delle logiche di potenza politica o territoriale, da assurgere a vessillo del nuovo sistema internazionale. L’alleanza, d’altra parte, fu molto criticata dal governo britannico: bollata come “esempio di sublime misticismo e nonsenso”; ma funse invece da perno delle potenze conservatrici unite contro il pericolo nazionalista e rivoluzionario, costringendole però ad agire solo di concerto e affidando all’Austria di Metternich un teorico diritto di veto nei riguardi dell’avventurismo invadente dello zar russo. Il cosiddetto Concerto d’Europa sottintendeva che le potenze, se in disaccordo, appianassero le questioni bollenti mediante il consenso e riunendosi in congresso per discutere.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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