A Clockwork Orange: alle origini del mito

19/06/2015 di Nicolò Di Girolamo

Tutti conoscono l’opera di Kubrik, in pochi il romanzo originale e la particolare storia alla sua base

Arancia Meccanica

Non temete, non si sta cedendo alle lusinghe di un capolavoro consegnato alle celebrazioni della cultura di massa qual è il grandioso ed epocale film di Stanley Kubrik ‘Arancia Meccanica’. O almeno non del tutto. Difatti il proposito di questo articolo è ricordare le origini di quest’opera cinematografica.

A guardar bene, una nascita piuttosto particolare e travagliata. Per non tralasciare nulla, bisogna risalire fino ad un giorno imprecisato del 1945, quando uno scrittore squattrinato e di recente laureato in lettere si siede al tavolo di un bar alla ricerca di ispirazione. Da buon scrittore osserva la gente intorno a sé e sorseggia una birra mentre origlia delle conversazioni. D’un tratto un vecchio cockney allampanato apostrofa un amico col suo forte accento strascicato dicendogli di essere: ‘sballato come un’arancia meccanica’.

Di colpo la mente dello scrittore si illumina, cogliendo il gustoso sapore surreale di questa estemporanea espressione e decide che sarebbe stato un ottimo titolo per un romanzo. Solo una ventina d’anni più tardi questo proposito si attua, ovvero quando lo scrittore si trova tra le mani una vicenda abbastanza surreale da adattarsi perfettamente a questa espressione.

Lo scrittore in questione risponde al nome di Anthony Burgess e sarebbe stato in seguito riconosciuto come uno dei geni più eclettici della sua epoca. Critico letterario, linguista, scrittore e persino compositore musicale, Burgess è stato una delle figure più importanti in ambito letterario dell’intero dopoguerra. In questo racconto riesce a dare un saggio di ciascuna delle proprie non comuni abilità.

‘Arancia meccanica’ infatti è un piccolo capolavoro per la cura dei dettagli: dal gergo curatissimo e pieno di neologismi fatto usare ai protagonisti, fino alle ambientazioni futuristiche, tutto si incastra e si combina in una scena distopica incredibilmente coinvolgente e a suo modo realistica.

Per chi non lo sapesse Alex, il protagonista sedicenne, scorrazza ogni sera per la città con i suoi tre amici per praticare l’amata ultraviolenza, unica fonte di piacere per la sua personalità distorta. Tradito dai suoi amici Alex finisce poi in carcere, dove viene selezionato per partecipare ad un esperimento promosso dal governo che dovrebbe riuscire a riabilitarlo in due sole settimane. Questo trattamento, chiamato ‘Cura Ludovico’, altro non è che un lavaggio del cervello effettuato tramite condizionamento: si fa coincidere la nausea causata da un veleno con la proiezione di immagini di violenza, in modo che Alex associ la violenza al malessere, alla nausea e persino a sensazioni morte.

Ciò che rende questo racconto di Burgess un’opera d’arte è lo stesso motivo per il quale il libro e il film sono da considerarsi probabilmente complementari: ovvero la profondità del personaggio principale. Alex è un personaggio dalla complessità incredibile anche se di primo acchito può non sembrare, dal momento che non si evolve nel corso della vicenda ed è, semplicemente, cattivo, crudele, spietato e senza rimorso; difatti Alex è costruito per rappresentare il Male assoluto. Proprio per questi motivi sconvolge il fatto che il lettore non possa fare a meno di compatire, o addirittura identificarsi in un Alex ad un certo punto della narrazione.

Da questo paradosso nasce il fascino del personaggio, talmente profondo e complesso da non trovare abbastanza spazio nel film come nel libro per esprimersi completamente, ma solo nella combinazione dei due. Il libro che stringo tra le mani (edito Einaudi) è poi particolarmente prezioso in quanto contiene una lettera di Burgess al Los Angeles Times e un’intervista a Stanley Kubrik le quali permettono di mettere a confronto i loro punti di vista fornendo interessantissime chiavi di lettura per tutta la vicenda

La più stimolante di tutte probabilmente è quella che riporta Kubrik nell’intervista attribuendola allo psichiatra e allora presidente della Motion Picture Association, Aaron Stern che identifica il personaggio di Alex con l’inconscio.

‘Secondo lui, Alex rappresenta l’uomo allo stato di natura. La ‘tecnica Ludovico’ corrisponde in termini psicologici al processo di civilizzazione; la malattia che ne consegue può essere vista come la nevrosi imposta all’individuo dalla società. La liberazione finale che il pubblico avverte corrisponde alla sua stessa rottura con la civiltà. Ovviamente, tutto ciò accade a livello inconscio. […] è questo uno degli elementi che provocano l’identificazione dello spettatore con Alex.’

Questa è la vera forza dell’invenzione di Burgess: porci di fronte alla parte più malvagia di noi stessi e dell’umanità e costringerci ad accettarla. Queste le sue parole:

‘… la sua cattiveria è umana: negli atti aggressivi possiamo riconoscere potenzialità presenti in noi, che per il cittadino non criminale si concretizzano nella guerra, nell’iniquità sociale, nella cattiveria che si esercita in famiglia, nei sogni che si coltivano nel proprio cantuccio. Alex rappresenta l’umanità in tre modi: è aggressivo, ama la bellezza, si serve del linguaggio.’

Per questo l’intera opera, nella sua sconvolgente distopia è un grosso pugno nello stomaco del lettore, posto davanti ad una difficile quanto importante lezione:

‘Alcuni spettatori del film sono stati turbati dal fatto che Alex, malgrado la sua crudeltà, è comunque degno di affetto. Ma se noi ci disponiamo ad amare il genere umano, dovremo amare Alex come membro pur sempre rappresentativo.’ (Burgess nella lettera al Los Angeles Times)

In altre parole dobbiamo accettare e riconoscere quella parte di noi stessi primitiva e malvagia per potercene difendere, non negarla né tantomeno cercare di sopirla, per non essere sopraffatti dalla sua forza ancestrale e istintiva.

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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