A chi appartiene l’Ucraina?

09/02/2015 di Marvin Seniga

Ultimi tentativi della diplomazia europea per evitare un incontrollato allargamento del conflitto: se non arriverà un congelamento della situazione, l'escalation diventerà, probabilmente, inevitabile

Russia e Ucraina

È passato quasi un anno da quando Viktor Yanukovich dovette abbandonare Kiev. Per le migliaia di persone di EuroMaidan e per il popolo ucraino, specialmente quello delle regioni occidentali, sembrava potesse aprirsi la strada al cambiamento, attraverso la firma del trattato di associazione all’UE, vista come l’unica via per contrastare la corruzione e il malaffare, aiutare la crescita economica del paese, e acquisire più autonomia dai confronti di Mosca. La realtà si è rivelata completamente diversa, ed oggi Kiev si ritrova con un’economia al collasso, sostenuta dagli aiuti economici di FMI ed Unione Europea ed una guerra civile che non sembra indirizzata verso una conclusione pacifica.

Gli sviluppi delle ultime ore, portano un carico di inquietudine ancora maggiore per la popolazione ucraina. Almeno a sentire le parole di Hollande che, al fianco della presidente tedesca Merkel, si è recato in questi giorni prima a Kiev e poi a Mosca per tentare di raggiungere un accordo tra le parti ed evitare una nuova escalation nel conflitto in corso nelle regioni orientali. I due leader europei hanno moltiplicato gli impegni per far incontrare i presidenti di Russia e Ucraina, allo scopo di trovare una soluzione cooperativa alla situazione, ed arrivare ad nuovo accordo, quantomeno di tregua, sulla falsa riga degli accordi di Minsk, firmati a settembre ma rimasti per gran parte lettera morta.

Entrambe le parti restano però arroccate su posizioni difficilmente conciliabili. Il presidente ucraino, Petro Poroshenko, continua a reclamare che la Crimea venga restituita all’Ucraina e che la Russia smetta di finanziare e sostenere militarmente i ribelli delle due repubbliche popolari del Donbass e di Luhansk. Dall’altra parte, Putin, sostiene da Mosca di non aver mai fornito alcun supporto militare ai ribelli, anche se la presenza di soldati russi sul terreno e la fornitura di apparecchi militari agli insorti sono oramai dati di fatto difficilmente contestabili. Intanto, fonti sul luogo fanno sapere di come i ribelli si stiano preparando a dare l’assalto a due città chiave della regione del Donbass rimaste nelle mani di Kiev: Mariupol porto strategico sul mar d’Azov e seconda città della regione,e Dolbatseve che è invece un importante snodo ferroviario sulla linea che collega Luhansk a Donetsk.

Se dunque Zakharchenko, leader della repubblica popolare di Donetsk, dovesse decidere, come sembra, di lanciare un attacco, la situazione cambierebbe radicalmente, indipendentemente dal suo esito. Sarebbe il colpo di grazia definitivo ai già fragili e poco rispettati accordi di Minsk. In secondo luogo, potrebbe convincere definitivamente gli Stati Uniti a fornire all’esercito ucraino il proprio supporto militare, attraverso l’invio di armi, come ventilato nelle ultime settimane dall’amministrazione Obama. Un’eventualità che potrebbe condurre ad un circolo vizioso e portare il Cremlino a sostenere, questa volta apertamente, i ribelli, aumentando il proprio supporto militare alle regioni separatiste. Sarebbe la fine di ogni tentativo di risoluzione del conflitto attraverso mezzi diplomatici.

Mercoledì, a seguito dell’azione del duo Merkel-Hollande, verrà quindi avanzato a Minsk un ultimo tentativo di accordo tra le parti – durante un’incontro il cui svolgimento non è ancora garantito – con lo scopo più o meno velato, di riuscire a congelare la situazione attuale. Un risultato che sarebbe visto favorevolmente dal Cremlino: più che annettere le due regioni separatiste, pensa soprattutto a creare un situazione ad alta e costante instabilità all’interno dell’Ucraina, sul modello di quanto accade in Transnistria, per poter continuare ad esercitare una qualche sorta di controllo sulla regione, impedendole di aderire all’Unione Europea e soprattutto alla Nato, indebolendola allo stesso tempo economicamente. Un congelamento ben visto anche dalle cancellerie europee, che temono l’insorgere di nuovi scontri su larga scala alle porte dell’Unione, scontri che potrebbero arrivare a veder competere sullo stesso terreno più o meno direttamente le due potenze della guerra fredda. In un remake dei conflitti del secondo novecento che vedevano le due potenze sostenere fazioni opposte, allo scopo di mantenere intatte o ingrandire le loro sfere d’influenza sul mondo.

Per l’Ucraina infine una soluzione al conflitto che possa accontentare il proprio presidente non sembra esistere. Due sono le strade che verosimilmente restano praticabili per il governo ucraino. La prima è seguire i consigli dei falchi del pentagono e continuare testardamente a reclamare il ritorno della Crimea e delle regioni indipendentiste sotto il proprio controllo. Un sogno difficilmente realizzabile e il cui perseguimento conduce quasi in maniera naturale ad una catastrofica e mortifera escalation militare sul proprio territorio. Oppure prendere atto compiutamente dei fatti attuali e cercare di arrivare ad un compromesso sulle basi di quanto proposto dal duo Merkel – Hollande, che hanno fatto intendere a Poroshenko quanto sia difficile il ritorno allo status quo ante, non solo in Crimea ma anche nelle due regioni ribelli. Dare retta ai due leader europei equivarrebbe sicuramente ad una sconfitta e ad una mutilazione del proprio territorio. Ma una sconfitta in certi casi è sempre meglio di una guerra civile incontrollata che vedrebbe competere sui due fronti opposti due potenze nucleari, e i cui esiti restano, ad oggi, indecifrabili.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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