91 miliardi di problemi arretrati

04/04/2013 di Federico Nascimben

Cosa si è deciso di fare – Doveva essere già tutto approvato prima dell’uscita di questo articolo, ma si è preferito “proseguire gli approfondimenti” in seguito alle risoluzioni approvate dalle Camere, indi per cui avremo decisioni certe solo fra qualche giorno. Comunque, per ora, sappiamo che il Governo Monti ha deciso di pagare 40 miliardi di euro (divisi in parti uguali fra 2013 e 2014) di arretrati delle Pubbliche Amministrazioni.

Grilli e Monti rinviano il decreto sui debiti dello Stato ai fornitoriI numeri in gioco – Secondo le ultime stime della Banca d’Italia (che rivedono al rialzo di ben 20 miliardi quelle fatte da Confindustria), a fine 2011, il totale dei debiti che lo Stato deve pagare ai propri fornitori ammonta a 91 miliardi di euro (che salgono addirittura a 150 se teniamo conto dei residui passivi, ovvero se includiamo oltre ai debiti pregressi anche gli impegni di spesa), così suddivisi: 49% a carico delle regioni (legati soprattutto alla sanità); 30% enti locali; 21% Pubblica Amministrazione centrale. Una cifra colossale, pari al 5,8% del PIL, che fa dello Stato il primo debitore delle nostre imprese, e che su queste scarica le proprie inefficienze.

180 giorni di ritardo nel pagamento, perché? – Il problema esiste e non è nuovo, da una decina d’anni vengono lanciati allarmi dalle associazioni imprenditoriali che, come al solito, rimangono inascoltati. Il tema è stato rilanciato e fatto proprio nuovamente da Squinzi dal momento della sua elezione a Presidente della Confindustria. I lunghi tempi e l’immobilismo della politica hanno poi incontrato la crisi economica e questo ha portato all’attuale situazione catastrofica, in cui sono necessari ben 180 giorni in media prima che un pagamento venga saldato dallo Stato (con punte anche di oltre 800 giorni nel comparto sanitario).

L’impatto sui conti pubblici – Finalmente, di fronte alla continua moria di aziende, che rappresentano il cuore del nostro tessuto socio-economico, e di fronte alla pressione della Confindustria, il Governo Monti ha deciso di darsi da fare: i 20 miliardi per quest’anno faranno crescere il deficit pubblico dal 2,4% stimato a settembre al 2,9%, un nonnulla sotto la soglia europea del 3%. Per far questo è stato comunque necessario negoziare l’operazione con la UE che, dopo aver concesso dilazioni temporali per il rientro a Francia, Portogallo e Spagna, ha fatto sapere di non essere più disponibile ad ulteriori sconti. Restano due dati: almeno per quanto riguarda il deficit (soprattutto al netto degli interessi) l’Italia, da diversi anni a questa parte, registra risultati di gran lunga migliori di altri Paesi europei; il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013 si allontana, mentre una nuova manovra finanziaria si avvicina (in quanto la maggiorazione statale sulla Tares è slittata a dicembre e bisogna cercare di evitare l’aumento dell’IVA al 22% che scatterebbe da luglio, trovare risorse per la CIG in deroga e rifinanziare le missioni militari). Fortunatamente però, gli impatti positivi sull’economia, stimati dal Ministro Grilli, sarebbero dello 0,2% per il 2013 e dello 0,7% per il 2014.

Occorrono (come sempre) soluzioni strutturali – Come sottolineato da molti quest’operazione serve a dare solo un po’ di ossigeno. Solo se fatta utilizzando criteri razionali (ispirandosi in parte anche all’esempio spagnolo), che evitino il ricrearsi di una simile situazione e diano una risposta strutturale, eviteremo il ripetersi del problema. Occorre, anzitutto, stabilire un criterio di pagamento preciso, trasparente e uniforme su tutto il territorio, pagando prima i debiti scaduti da più tempo; occorre superare il patto di stabilità interno, dando una vera autonomia finanziaria a regioni ed enti locali.

Perché occorre trovare una soluzione – I ritardi nei pagamenti hanno conseguenze a catena su tutto il sistema produttivo. Oltre alle imprese che chiudono (con annessi e connessi), abbiamo assistito alla creazione di un vortice perverso in cui i tempi di pagamento dilazionati (che quindi tengono implicitamente conto di un interesse) vengono compresi nei prezzi che i fornitori attuano nei confronti della PA. Inoltre, la demagogia che viene fatta in questi giorni sul pagamento degli arretrati che lo Stato deve alle banche è priva di ogni logica, soprattutto nel caso italiano, che è storicamente squilibrato e privo di capitali, sentendo molto più e molto prima di altri Paesi la scarsità di liquidità delle aziende. La contrapposizione tra le “buone” piccole e medie imprese e le “cattive” banche non sconta questo ragionamento. La forte interconnessione fra mondo imprenditoriale e mondo bancario è più simile alla metafora dei vasi comunicanti, piuttosto che a quella del lupo e dell’agnellino per come tutta questa storia ci viene dipinta. Per fare un esempio di quanto detto, e citare così l’altro grande settore che risente di questa grave situazione, ovvero quello delle costruzioni, uno studio della Confartigianato ha stimato l’esposizione finanziaria a quasi il 180% del valore aggiunto. Preferisco quindi lasciare all’intelligenza dei lettori la soluzione a tutta questa polemica…

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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