50 sfumature di verde

01/03/2015 di Isabella Iagrosso

Scientific Reports ha pubblicato un nuovo studio sugli effetti per la salute delle sostanze stupefacenti e ha confermato, nuovamente, quanto la marijuana sia 114 volte meno nociva dell'alcol. Ma in Italia, però, nessuno sembra accorgersene

Marijuana

Ennesima ricerca, ennesima conferma. Arriva dagli Stati Uniti il nuovo studio della Scientific Reports sugli effetti delle sostanze stupefacenti sulla salute. Il dato davvero sorprendente del report è che la marijuana è stata valutata ben 114 volte meno dannosa dell’alcol. I ricercatori hanno determinato la pericolosità di ciascuna droga attraverso una comparazione tra la dose mortale e quella abitualmente usata dai consumatori. Talmente largo è risultato il gap tra la le due quantità, che solo la marijuana è stata classificata “droga a basso rischio di mortalità” tra quelle analizzate. Questo studio è solo l’ultimo di una serie di ricerche che si protraggono da più di un decennio. Un’indagine approfondita ed interessante è per esempio quella che era stata condotta quasi 25 anni fa da Taradash, Pisapia, Arnao, Ferrajoli e Manconi. Nel loro libro “Legalizzare la droga. Una ragionevole proposta di sperimentazione” l’analisi condotta è prevalentemente socio-politca, ma non manca di accurati riferimenti medico-sanitari.

Per quanto l’uso veramente protratto e massiccio abbia conseguenze sulla chimica del cervello, come emerso da una ricerca condotta dall’Università di Queensland su soggetti che consumavano marijuana da 15 anni e in dosi considerevoli, praticamente non si registrano casi di morte per le conseguenze dirette del consumo di cannabis, molte, invece, per alcol, eroina, cocaina o altri farmaci, magari ‘legali’, ma assai potenti. Questo dato, dovrebbe bastare in sé a sollevare interrogativi sulle politiche finora conseguite in merito alla questione delle droghe. La libertà di scelta non è un fattore sufficiente a promuovere la legalizzazione? Nei limiti del rispetto altrui, si intende. Costrizione genera repressione, repressione genera problemi. Perché non lasciare agli individui, coloro che sono nel pieno delle loro capacità decisionali, la facoltà di scegliere come condurre la propria vita?

Queste motivazioni non sono sufficienti però. Nello specifico allora consideriamo i vantaggi economici che una legalizzazione porterebbe. Non manca in materia più di uno studio scientifico. Per citare uno dei più conosciuti, riprendendo la ricerca degli americani Gary Becker, Kevin Murphy e Micheal Grossman del National bureau of economic research, alcuni ricercatori dell’Università La Sapienza, nel 2009, hanno calcolato la spesa pubblica italiana per il contrasto alla droga dal 2000 al 2005. Negli anni considerati sono state effettuate più di 140.000 operazioni investigative per contrastare l’uso illecito di droghe, che hanno portato a circa 226.000 denunce (di cui più di 100.000 per cannabis), 250.000 processi e 130.000 condanne. Nello stesso periodo, circa il 38% dei detenuti nelle carceri italiane scontava condanne per violazioni della legge sulla droga. Complessivamente la spesa pubblica destinata alla lotta anti-droga dal 2000 al 2005 è stata di 13 miliardi di euro, di cui il 44% rigurda la sola cannabis, che dunque è costata allo Stato più di un miliardo ogni anno. E qui stiamo contando solo l’ipotetico risparmio per lo Stato, senza considerare che attraverso la tassazione si arriverebbe addirittura ad un’ingente quota di entrate qualora la marijuana dovesse essere legalizzata. Inoltre è ormai appurato che i maggiori introiti della mafia derivano dalla droga, ed in particolare da marijuana e cocaina. Legalizzare significherebbe tagliare i fondi alla criminalità organizzata e avere un’arma in più con cui contrastarla.

Il tetraidrocannabinolo, o THC, è uno dei principali componenti della cannabis. Ed è classificato, secondo la legge italiana, tra le sostanze più dannose per la nostra salute, al pari della cocaina o dell’eroina, molto al di sopra delle ‘droghe legali’ alcol e tabacco, le quali si è dimostrato nuocere in misura nettamente superiore. Se proprio vogliamo trovare un colpevole, interroghiamoci sulle cause che spingono all’utilizzo di sostanze che alterano la coscienza e la realtà. E se ciò è sbagliato, si agisca sul motivo primario, non sulle conseguenze. Desiderio di libertà, di fuggire, di ribellione, di star meglio in alcuni casi, di ignoranza, in molti altri. Alterare la propria mente in modo coscienzioso potrebbe apparire paradossale, eppure è possibile. Così come tollerare una sostanza 114 volte più dannosa di un’altra, però condannata dalla legge, è paradossale. Ma lo accettiamo tutti i giorni. Consapevolmente.

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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