5 giugno 1967 – 5 giugno 1975: gli otto anni senza Canale di Suez

05/06/2015 di Marco Cillario

Cosa accadde in quegli otto anni e perché i loro effetti pesarono sul mondo intero, contribuendo alla fine dell’“Età dell’oro” occidentale

Canale di Suez

Il 5 giugno è una data molto significativa, per il Medio Oriente e non solo. Si incrociano due anniversari importanti e connessi. Al loro centro, il canale di Suez. Nel 1967, con la “guerra dei sei giorni”, cominciata proprio il 5 giugno, l’istmo si trovava improvvisamente a rappresentare il confine tra Israele ed Egitto. Il passaggio delle navi, che da quasi un secolo lo attraversavano per accorciare la via verso l’Oriente, veniva bloccato dal presidente egiziano Nasser. Esattamente otto anni dopo, con il progressivo ritiro delle truppe israeliane dal Sinai, Sadat ne decideva la riapertura. Ma nel frattempo il blocco aveva prodotto danni enormi all’economia globale. E dimostrato al mondo che i conflitti mediorientali non erano solo una questione regionale.

Di cosa si tratta – L’istmo di Suez è una striscia di terra di 160 chilometri che divide il Mediterraneo dal Mar Rosso. Si trova all’estremo occidentale della penisola del Sinai. Fino a metà Ottocento, le navi mercantili europee dirette verso l’Asia erano costrette a circumnavigare l’Africa per raggiungere Arabia, India e Cina. Nel 1859 cambiò tutto. Il progresso tecnologico permise di realizzare un progetto vecchio di oltre duemila anni, a cui già faraoni egizi e imperatori romani avevano pensato: tagliare l’istmo con un canale. I lavori di costruzione durarono dieci anni e costarono diverse migliaia di morti, i festeggiamenti per la realizzazione si estesero addirittura dal ’69 al ‘71. I traffici con l’Oriente ebbero una vera e propria impennata. Il canale era il frutto di una straordinaria impresa internazionale. Nonostante fossero solo Francia e Gran Bretagna a possedere le azioni della Compagnia che controllava lo stretto e gli inglesi avessero fatto dell’Egitto un protettorato, la natura internazionale di Suez sembrava trovare un sigillo definitivo nel 1888 con la Convenzione di Costantinopoli, firmata da tutte le principali potenze dell’epoca, che stabiliva l’internazionalizzazione del canale: esso sarebbe dovuto rimanere sempre aperto alle navi commerciali di ogni nazionalità, in pace e in guerra. Ma il suo valore strategico era troppo alto perché una simile condizione potesse durare.

Canale di Suez MappaNasser – Fu negli anni Cinquanta del Novecento che il Canale di Suez si prese il centro della scena internazionale. Nel ’52 un gruppo di ufficiali egiziani rovesciava la monarchia, ormai screditata da corruzione e atteggiamenti filobritannici. Alla loro guida c’era Gamal Abdel Nasser, che da allora sarebbe diventato la bandiera del panarabismo. La sua fama internazionale passò proprio per Suez. Nel 1956 il neopresidente egiziano nazionalizzava la Compagnia del canale. Per inglesi e francesi, che avevano ancora il controllo delle sue azioni, era troppo. Con loro entrava in gioco anche l’altro grande protagonista dei destini del Medio Oriente: Israele. La prima decisione della Compagnia del canale appena nazionalizzata era stata infatti quella di bloccare il passaggio delle navi dello Stato ebraico. C’erano tutti gli elementi per un conflitto armato: nell’autunno di quell’anno, Israele, Francia e Gran Bretagna invasero l’Egitto, in quella che passò alla storia come “guerra di Suez”. Il sostegno sovietico al Cairo e la sconfessione americana dell’attacco costrinsero le truppe al ritiro. Suez veniva sottoposto al controllo delle truppe ONU. Tre anni dopo, Parigi e Londra riconoscevano la nazionalizzazione del canale. Era la grande vittoria di Nasser, ormai simbolo della lotta dei Paesi arabi contro l’Occidente. Intorno a lui si radunavano Siria, Iraq e Arabia Saudita. Il “nemico in casa” aveva un nome preciso: Israele.

La guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) – I sei giorni che sconvolsero il Medio Oriente furono preparati dal precipitare di una situazione finita troppo in fretta nelle mani dei militari. Tutto accadde con una rapidità sorprendente. Il clamoroso ritiro delle truppe ONU da Suez e da Gaza, chiesto e ottenuto da Nasser; la chiusura dello stretto di Tiran da parte del Cairo, che privava Israele dell’accesso al Mar Rosso; l’appoggio alla causa panaraba del Re Hussein di Giordania, fino ad allora filo-occidentale ma spaventato dallo Stato ebraico: in appena due settimane, da metà maggio a inizio giugno 1967, tutto il mondo arabo aveva radunato le proprie truppe intorno a Israele. Il terrore dilagato nell’opinione pubblica israeliana fece il resto: il 2 giugno, il consiglio dei ministri dello Stato ebraico votò a favore dell’attacco preventivo. All’alba del 5 giugno di 48 anni fa cominciavano le operazioni militari. Come fulmineo era stato il precipitare della situazione, fulminea fu la guerra: in poche ore l’aeronautica israeliana distrusse la quasi totalità dell’aviazione egiziana ancora a terra. Israele dilagò in Cisgiordania (strappata al regno di Hussein), sulle alture del Golan (Siria) e nel Sinai. Dopo sei giorni di conflitto, alla firma del cessate il fuoco, i confini con l’Egitto si erano spostati dall’estremo orientale a quello occidentale della penisola: lungo il canale di Suez, appunto.

Il canale chiuso – La guerra dei sei giorni non aveva colto di sorpresa solo i Paesi arabi: c’erano anche decine di navi che la mattina del 5 giugno stavano attraversando l’istmo di Suez e videro improvvisamente gli aerei passare sopra le proprie teste. Quelle navi rimasero bloccate lì per anni. All’indomani della fine della guerra, Nasser decise infatti la chiusura del canale. La crisi mediorientale aveva appena assunto una dimensione globale. Per otto anni, le navi da e verso i porti occidentali, molte delle quali erano petroliere, furono costrette a tornare a fare il giro dell’Africa, come cento anni prima. Se l’Egitto perse 8 miliardi di dollari per i mancati introiti dalle tasse doganali delle navi di passaggio, incalcolabili sono i danni all’economia globale. Insieme al blocco petrolifero del ’73, di cui fu in un certo senso il preludio, la chiusura di Suez contribuì all’incremento del prezzo del greggio, decuplicato a fine anni Settanta. Gli effetti sull’economia occidentale furono devastanti: primo brusco calo della produzione dal dopoguerra, stagflazione, disoccupazione, crisi del Welfare State. Quella che Eric Hobsbawn chiamò “Età dell’oro” era finita per sempre.

La riapertura (5 giugno 1975) – Come era stata una crisi mediorientale a provocare la chiusura dell’istmo, così un nuovo conflitto “regionale” pose le basi per la riapertura. Dopo la morte di Nasser e l’ascesa al potere di Anwar Sadat, nell’ottobre del ’73 le truppe egiziane riattraversarono la linea del fronte, sferrando un attacco a sorpresa: era la guerra dello Yom Kippur. Israele riuscì a respingere l’attacco, ma da allora fu chiaro che lo Stato ebraico non era invincibile e non poteva sostenere un dominio assoluto sugli Stati arabi circostanti. Di qui, l’inizio della distensione, concretizzata nel progressivo ritiro delle truppe ebraiche dal Sinai a partire dall’anno successivo. Grazie a questi eventi, il 5 giugno 1975 Sadat poteva annunciare la riapertura del canale di Suez. Riaprirlo richiese però tempo e fatica: in otto anni la sabbia si era mangiata grandi sezioni del canale e lungo il corso d’acqua c’erano navi bloccate o incagliate. Solo dopo diverso tempo si poté riprendere la normale circolazione.

Suez oggi – Suez è ancora oggi una linea di transito fondamentale per il mondo intero: viene attraversato da circa 30 mila navi ogni anno. L’Egitto è ormai consapevole di avere tra le mani un’arma di potenza straordinaria e più volte ha minacciato la chiusura negli ultimi quarant’anni. Ma il canale è rimasto aperto, sopravvivendo a guerre, primavere arabe e rivoluzioni. E continuando a costituire quel mezzo di comunicazione tra i popoli e le economie che i suoi teorizzatori sognavano nei secoli passati.

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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