25 luglio 1943, la caduta di Benito Mussolini e del fascismo

24/07/2014 di Lorenzo

Gran Consiglio del Fascismo, 25 luglio 1943

Il 25 luglio di settantuno anni fa, il Gran Consiglio del Fascismo destituiva Benito Mussolini dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato del Regno d’Italia. Il Duce veniva sfiduciato da quell’organo istituito dal regime stesso e deputato a deliberare sui rappresentanti della Camera dei Deputati (fino al 1938) e altre questione di carattere istituzionale.

Erano passati tra anni dall’entrata in guerra dell’Italia al fianco dell’alleato tedesco, e quella che doveva essere una cavalcata trionfale – per arrivare al famoso “tavolo dei vincitori” – era divenuta una mattanza sempre più evidente. L’Asse iniziava a vacillare e, pian piano, a ritirarsi su se stessa, fino alla capitolazione del grande Reich tedesco nel maggio del 1945. La situazione nel nostro Paese, già dalla prima metà del 1943, esprimeva tutta la sua drammaticità: le colonie africane erano andate perdute e l’esercito italo-tedesco d’Africa si affrettava a ripiegare in Sicilia.

Pochi mesi dopo la ritirata, l’Operazione Husky, ovvero la pianificazione di uno sbarco alleato sulle coste italiane, prendeva forma. Il “ventre molle dell’Asse” veniva così preso di mira per permettere alle truppe anglo-americane di sbarcare sul continente. L’11 giugno del 1943 cadde, senza colpo ferire, l’isola di Pantelleria e Lampedusa, ove il comandante italiano chiese ed ottenne dal Duce il permesso di capitolare. Lo sbarco alleato in Sicilia ebbe luogo un mese più tardi, il 10 di luglio, e con esso il regime comincio a vacillare.

Gran Consiglio del Fascismo, 25 luglio 1943L’ultimo atto di Mussolini in qualità di Capo del Governo italiano ebbe luogo nell’incontro di Feltre del 19 luglio con Hilter, il quale tentò di risollevare il Duce, oramai atterrito dall’andamento disastroso della guerra. Poco dopo il deludente meeting, Mussolini venne avvertito del bombardamento alleato su Roma, precisamente sugli aeroporti del Littorio e di Ciampino e sul nodo ferroviario di San Lorenzo. Fu la catastrofe. La strategia del Duce venne duramente bocciata, la popolazione era oramai allo stremo e anche nello stesso PNF e nelle istituzioni statali si mormorava il cambio di regia.

L’operazione per destituire Mussolini aveva preso forma dopo un colloquio tra il Re e Dino Grandi già nel giugno precedente, nell’occasione il sovrano chiese basi legali in forma allo Statuto Fondamentale del Regno per destituire Mussolini. Solo quindi un voto parlamentare o del Gran Consiglio gli avrebbero consentito di esautorare il Capo del Governo. La proposta venne formulata dall’abile presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Dino Grandi , il quale raccolse le varie firme dei gerarchi per la richiesta di convocazione del Gran Consiglio che, a memoria, non si teneva dal 1939. La riunione venne per due volte respinta dal Duce, per poi però essere accettata e convocata per il 24 luglio, alle ore 17, presso Palazzo Venezia.

Il Gran Consiglio, come scritto, nacque come organo di partito nel dicembre 1922 per poi divenire, sei anni più tardi, organo costituzionale del Regno d’Italia incaricato di  “coordinare e integrare tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell’ottobre 1922”. Esso era presieduto e convocato unicamente dal Capo del Governo, che aveva altresì il potere di stabilirne l’ordine del giorno. Il segretario del partito Scorza aveva diramato ai 29 membri del Gran Consiglio l’invito di presentarsi a Palazzo Venezia. Alla chiamata del commesso Navarra tutti si sistemarono ai loro posti. Seguì loro Benito Mussolini che entrò con un quarto d’ora di ritardo. Il Duce era al corrente della situazione catastrofica e sapeva che, durante quella fatidica seduta, tanti dei suoi gli avrebbero chiesto conto della situazione estremamente critica in cui l’Italia oramai versava. «Ora il problema si pone. Guerra o pace? Resa a discrezione o resistenza a oltranza?… Dichiaro nettamente che l’Inghilterra non fa la guerra al fascismo, ma all’Italia. L’Inghilterra vuole un secolo innanzi a sé, per assicurarsi i suoi cinque pasti. Vuole occupare l’Italia, tenerla occupata. E poi noi siamo legati ai patti. Pacta sunt servanda. »

Dopo un lungo dibattito, vennero letti i tre ordini del giorno: il primo rimasto famoso come O.d.g Grandi, quello di Farinacci e quello del segretario del PNF Carlo Scorza. Quello di Grandi chiedeva non le dimissioni del Duce, come molti credono, ma il ripristino di tutte le funzioni statali e di restituire il comando supremo delle forze armate nella mani del sovrano, secondo la dicitura dell’art.5 dello Statuto Albertino. Seguì poi un duro attacco all’alleanza con la Germania, senza però mai attaccare direttamente Mussolini, ma mettendo in luce tutti gli errori della sua linea politica e di gestione del conflitto. In sostanza, il Gran Consiglio del Fascismo riconosceva ufficialmente al duce l’assoluta responsabilità di aver trascinato l’Italia nel conflitto, affidandosi all’abbraccio mortale dei nazisti, che oramai si avviavano lentamente alla sconfitta. Bisognava tirarsi fuori da quell’abisso, anche suo genero Ciano gli fece presente della doppiezza dei tedeschi , citando il patto con Stalin e il non avvertimento dell’aggressione alla Polonia nel settembre del 1939.

Benito Mussolini e Dino GrandiLa Germania, però, aveva nel Gran Consiglio un suo strenuo difensore: Roberto Farinacci, il quale controbbatté a Grandi proponendo un altro O.d.g., simile nei contenuti a quello del Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ma con la sottile differenza di come muoversi dopo il ripristino di tutte le funzioni statali e la riconsegna del comando supremo delle forze armate al Re, cioè “il dovere sacro per tutti gli Italiani di difendere fino all’estremo il sacro suolo della Patria, rimanendo fermi nell’osservanza dell’alleanza conclusa nel 1939”.

Poco dopo anche il segretario Scorza lesse il suo ordine del giorno, preparato su due piedi il giorno stesso, lasciando sbigottiti parte dei gerarchi lì presenti. In questo, Scorza chiedeva al Capo del Governo di rinunciare a tutti i ministeri militare tenuti da lui ad interim. Vi fu, a quel punto, un tentativo di replica da parte del Duce nei confronti di Grandi, a cui seguì una forbita arringa del giurista De Marsico. Erano da poco passate le 23, quando Scorza passò un biglietto a Mussolini, dopo che questi chiese il rinvio della seduta al giorno successivo. “Per la Carta del Lavoro ci tenesti qui sette ore. Adesso che si tratta della salvezza della Patria possiamo rimanere a discutere per tutto il tempo necessario”. Dopo le forbite proteste di Grandi, il Duce accettò di prolungare il Gran Consiglio e propose solo una pausa di mezz’ora nella quale Grandi fece girare due copie del suo ordine del giorno che venne firmato da 20 su 28 presenti, tra cui anche Galeazzo Ciano.

Alla ripresa del consiglio, il presidente del Senato Giacomo Suardo, che aveva precedentemente apposto la firma alla mozione Grandi, si ritirò e propose un suo appoggio solamente in caso di fusione tra il testo Grandi e quello di Scorza. Un’idea questa che piacque anche a Ciano, ma che trovò nell’opposizione di Grandi la sua impossibilità a porsi in essere. Era tutto pronto, verso le 2 e trenta del mattino, Mussolini mise ai voti gli O.d.g, cominciando da quello di Grandi che ottenne 19 voti a favore (Grandi, Ciano, De Bono, Federzoni, Bottai, De Vecchi, De Marsico, Albini, Alfieri, Marinelli, Acerbo, Pareschi, Rossoni, Bastianini, Bignardi, Gottardi, De Stefani, Balella e Cianetti), 8 contrari (Scorza, Buffarini-Guidi, Enzo Galbiati, Biggini, Polverelli, Tringali Casanova, Frattari, Farinacci) e solamente un astenuto, il presidente del Senato Suardo. Portare ai voti gli altri due O.d.g era oramai superfluo. “Signori, voi avete aperto la crisi del Regime”.

Poco dopo, Grandi, uscito da Palazzo Venezia incontrò il Ministro della Real Casa, il duca d’Acquarone, il quale accolse il testo approvato e firmato dalla maggioranza dei membri del Gran Consiglio. In più, sollecitò il duca affinché suggerisse al re d’incaricare come nuovo Capo del Governo l’ottuagenario generale ed eroe della Grande Guerra, Enrico Caviglia e che includesse come ministro degli affari esteri l’industriale Alberto Pirelli, nonché elementi di spicco antifascisti come De Gasperi e Soleri o personaggi del fascismo moderato. Alla domanda del duca sul perché Caviglia e non Badoglio, Grandi rispose che il secondo era si contrario al regime, ma da esso aveva ottenuto tutto, divenendo quindi complice della sconfitta se non il maggior responsabile dell’entrata in guerra del giugno del 1940.

La realtà dei fatti, come sappiamo, è un’altra il re scelse Badoglio e un governo composto da tecnici e militari, ignorando completamente le speranze di Grandi. Per molto tempo – o comunque per mancata conoscenza dei fatti – si è associato il 25 luglio ’43 ad un colpo di stato. Tale lettura è però in contrasto con le affermazioni fatte, in più sedi, da altri firmatari della mozione Grandi, che, al contrario, hanno sempre rivendicato a gran voce la correttezza giuridica e costituzionale dell’iniziativa del presidente della Camera dei Fasci. Rigettata è anche la tesi del “tradimento” che può essere si letto in chiave morale, ma non in quella politica. Lo stesso De Stefani rigettò la categoria del tradimento, richiamando l’attenzione sul fatto che la mozione di Grandi fu un documento tattico che offriva al Duce una soluzione indolore alla grave crisi de luglio del 1943 che oramai l’aveva portato sull’orlo del baratro e dell’impopolarità. Era necessario fare qualcosa per dare una svolta a quella situazione critica e d’impasse.

“Il Gran Consiglio, riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti d’ogni arma, che fianco a fianco con la fiera gente di Sicilia, in cui più alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di estremo valore e l’indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze armate;

esaminata la situazione interna ed internazionale e la condotta politica e militare della guerra, proclama il dovere sacro pe tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano;

afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora grave e decisiva per i destini della nazione;

dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statali e costituzionali;

invita il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché egli voglia, per l’onore e per la salvezza della Patria, assumere, – con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, – quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la storia nazionale, il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.”

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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