12 anni schiavo

25/02/2014 di Jacopo Mercuro

12 anni schiavo

“Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere” – Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor)

12 anni schiavo. Il cinema americano, negli ultimi anni, sembra finalmente voler fare i conti con un passato non troppo lontano. La schiavitù, come il genocidio dei nativi, rappresenta la pagina più buia della storia di un paese, il quale inno nazionale, paradossalmente, recita: “E la bandiera adorna di stelle sventola in trionfo sulla terra dei LIBERI e la patria dei coraggiosi”.

12 anni schiavoSe Djando Unchained voleva restituire una virtuale rivincita al popolo nero e Lincoln ripercorrere la storia, 12 anni schiavo è un pugno, dritto allo stomaco dello spettatore. Il regista, Steve McQueen, più di Tarantino e Spielberg, s’immerge nella storia, senza filtri e mezze misure, rappresentando la realtà per quella che è stata. L’intento si capisce fin dalla prima scena, nella quale, attraverso un movimento in avanti della macchina da presa, entra lentamente, passando attraverso i cespugli, nel campo in cui gli schiavi stanno obbedendo agli ordini.

Negli Stati Uniti del 1841, Solomon Northup, è un talentuoso violinista nero, un uomo libero, come tutta la sua famiglia. Fidatosi di due circensi, che gli prometto un lavoro, si ritrova nell’oscurità di una prigione. L’uomo libero è stato incatenato, Solomon ora è uno schiavo. Deportato nel sud del paese, dove il commercio di schiavi è ancora legale, Solomon si troverà a fare i conti con l’inferno dei campi di cotone. Un incubo lungo dodici anni, in cui, il protagonista, passerà nelle mani di diversi padroni. Sarà una disperata ricerca alla sopravvivenza, senza mai perdere la speranza di tornare tra le braccia della propria famiglia, da uomo libero.

La pellicola è l’affresco di un inferno, nel quale, le scene di violenza prendono vita in una pura e fredda crudità. Più che la macchina da presa, il regista, sembra impugnare un pennello, con il quale, da vita a piani sequenza unici per drammaticità e durata, cosa già vista nelle sue opere precedenti (Shame e Hunger). È proprio la lunga durata delle scene che crea una forte insofferenza agli spettatori, riuscendo nell’intento di creare un forte senso di malessere. L’apprensione è continua, ma in alcune scene tocca dei picchi altissimi, come quella in cui Solomon viene impiccato. Il protagonista, lasciato appeso ad un albero, con un cappio al collo, cerca di rimanere in vita, toccando, con le punte dei piedi, il terreno fangoso sotto di lui. Scena spietata quanto intrinseca di significato, in cui, anche i mal capitati schiavi, sono carnefici silenziosi. Dal primo all’ultimo, con indifferenza, continuano i loro lavori, come se nulla stesse accadendo. Momenti lunghi e strazianti, amplificati dagli effetti sonori di Hans Zimmer. Una storia drammatica, in cui la sofferenza è continua, come sembra esserlo la crudeltà umana.

La regia è magnifica e risulta la componente vincente del film. McQueen, si conferma uno dei registi più bravi e quotati del momento. I movimenti di macchina sono leggiadri, prediligendo spesso inquadrature lente e riprese dall’alto. Chiude spesso le scene senza che, quest’ultime, si siano concluse, staccando improvvisamente su temi naturali come i rami di un albero o un fiume. La natura è sempre presente, non solo nella fotografia, ma anche nei dialoghi, in cui è invocata la giustizia naturale, quella in cui, tutti gli uomini, hanno diritto alla libertà. McQueen, ha avuto la capacità di metterci costantemente a disagio riuscendo a farci vergognare anche non avendo preso parte a quelle tremende barbarie.

12 anni schiavo ha già vinto molti premi, oltre a ricevere ben nove nomination agli Oscar, tra cui quella per il miglior film. Un successo meritato, in cui la mano del regista è stata decisiva. McQueen è riuscito ad un usare il potente mezzo cinematografico in modo totale, ha scosso la platea, mortificandola e lasciandola con un enorme senso di vuoto. L’arma principale è stato il coinvolgimento, fondendo la fotografia al suono, così da creare un unico elemento, capace di investire totalmente l’animo del pubblico.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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